con il contributo delle colleghe del Centro Valdera-Pontedera PerFormat Salute

Cosa ci sta insegnando questa pandemia? Con quali aspetti di noi stessi ci sta mettendo in contatto? Come riusciamo individualmente e come collettività a sostenere questa situazione? Una delle strategie che stanno emergendo come cruciali è quella di educare le nostre menti all’incertezza, aspetto che, per come funziona il nostro cervello, può risultare incredibilmente controintuitivo (Brucciani, 2020).

La nostra mente funziona infatti per schemi, pattern, copioni e quando non li trova, tende a crearli. Questo sanno bene i ricercatori della percezione e gli psicologi della Gestalt, che ci insegnano come le difficoltà personali nascono da “schemi” chiusi troppo presto, cioè da bisogni infantili non soddisfatti e rimasti tali o sublimati in maniera tale da creare solo l’illusione del loro appagamento. Un po’ come quando, per farci tornare un’equazione di matematica, una versione di latino o una lista della spesa, tendiamo ad approssimare e a trascurare quel che ci sfugge: “Più o meno ho preso tutto!”.
Così nell’immagine qui accanto, vedrai un triangolo che in realtà non è disegnato ma estrapolato (organizzato) dalla tua mente. Tutte le nostre abitudini che sono state messe in discussione di fronte all’avanzata della pandemia ci hanno cacciato in un fondale di incertezza nel quale la nostra mente comincia a dare segnali di profonda insoddisfazione. Quando finirà? Quando torneremo alla normalità? Il nostro pensiero ricerca queste risposte non soltanto per una tranquillità in sé, ma anche per cercare di (ri)costruire una realtà prevedibile.

Come psicologo ho continuato a lavorare sostenendo colloqui online con i pazienti che si sono dimostrati motivati, disponibili e forse anche incuriositi a farli; questo mi ha permesso di osservarli e raccogliere dai loro racconti e dalle loro storie alcuni elementi adattivi vincenti nell’affrontare la situazione. Allora piuttosto che l’educazione all’incertezza, il mio lavoro si sta trasformando in un’educazione ad una “certezza relativa”. Quali sono gli aspetti psicologici che ristabiliscono una certezza relativa?

Rapidità – Riflessione – Creatività – Condivisione

Ognuno di noi ha una sua comfort zone rispetto a tali elementi, cioè la tendenza a riconoscersi in alcuni di questi quadranti con un certo grado di intensità e meno in altri.
In quale area vi siete espressi maggiormente e in quale avete trovato un blocco?

L’adattamento migliore che ho riscontrato è quello proprio delle persone che si sono arrischiate in uno o più di quei quadranti in cui “rendono” meno.
Molte persone che attualmente stanno affrontando un forte stress, hanno uno o più di questi quadranti, per così dire, “inattivo”. Questo oltre a spingerle verso un’enorme frustrazione, diventa un rischio per l’emersione di forme di rabbia, perché la deprivazione relativa, in generale, produce tali scenari (Brown, 1989).

Quanto riesco ad essere Rapido nello sperimentare nuove modalità di lavoro? Ad esempio, se la velocità incontra un limite legato a un desiderio di “perfezione”, fare le cose “perfette” in un momento di incertezza e di imprevedibilità è praticamente impossibile. Allora occorre rischiare e mantenere molto attivo il quadrante della Riflessione per comprendere la giusta direzione da seguire e quanto – e se – ce ne stiamo allontanando.

La Condivisione non deve essere solo legata alle lamentele o ai disagi, ma anche alle risorse scovate. Ed è anche importante non condividere solo una volta che le scelte sono state fatte, ma introdurre tale processo nel definire le scelte stesse. La Condivisione deve andare a braccetto con la Creatività: nel processo di scelta non limitiamoci alla condivisione con le persone che si adattano ai nostri ragionamenti. Cerchiamo di coinvolgere anche le persone che hanno un pensiero diverso dal nostro, così l’emersione di un progetto o un’idea avrà un maggiore valore creativo.

La Riflessione si basa sui dati, non sulle opinioni. Diventa quindi importante andare alla fonte, controllare i dati prima che vengano manipolati. Riprendere in mano i manuali universitari, un tempo odiati perché ritenuti troppo teorici, perché oggi possono offrire un’utile chiave di lettura e di riflessione. Anche in questo caso, questo quadrante non deve rimanere isolato dagli altri, altrimenti rischiamo di incappare in una forma di autocelebrazione. Condividiamo l’interpretazione che abbiamo dato ai dati, citando le fonti in modo che anche altri possano stabilire autonomamente quanto aderire o meno alla nostra idea.

La Creatività è immaginazione. È ciò che ci ha salvati: la dott.ssa Malara, l’anestesista che per prima ha ipotizzato il coronavirus nei sintomi del paziente di Codogno, intervistata da Repubblica ha risposto con quella che dovrebbe diventare una di quelle frasi motivanti che troviamo sparse un po’ ovunque:

“Quando un malato non risponde alle cure normali, all’università mi hanno insegnato a non ignorare l’ipotesi peggiore […] per aiutarlo, dovevo cercare qualcosa di impossibile” (Visetti, 2020).

Pensiamo all’impensabile. Ci sono coppie che hanno cominciato a sperimentare il sesso virtuale, ci sono pazienti che riescono a esprimere di più se stessi stando al telefono perché perdono il “controllo” del loro analista, altri che hanno espresso la loro aggressività rifiutando qualsiasi confronto, altri che hanno scoperto un migliore equilibrio tra i propri aspetti egoistici e i desideri comunitari. Anche in questo caso non limitiamoci alla constatazione. Riflettiamo, comprendiamo cosa ognuno sta vivendo in queste dimensioni nuove. Descriviamo delle procedure, lasciamo traccia delle nostre esperienze, per rendere l’imprevedibile relativamente certo.

 

Bibliografia
Brown (1989). Psicologia sociale dei gruppi. Bologna: ed. Il Mulino.
Brucciani G. (2020). Leader, Leadership e Autonomia. Quando guidare significa fare un passo indietro in Percorsi di Analisi Transazionale, Vol. VII, Num. 2 [prossima pubblicazione]
Visetti (2020) Coronavirus, l’anestesista di Codogno che ha intuito la diagnosi di Mattia: “Ho pensato all’impossibile” – Da Repubblica.it [link]

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