Dott. Thiago Fernandes de Moraes

La tesi di terzo anno del Master in Counseling ad indirizzo Analitico Transazionale di PerFormat prevede l’esposizione di una ricaduta applicativa dell’approccio imparato nei tre anni di corso. Intendo quindi presentare il contesto dove lavoro e applico l’AT, ma non senza prima fare una concisa presentazione teorica del campo applicativo in cui opero, la psicologia dell’orientamento.

 

Attraverso uno sguardo alla situazione attuale di crisi economica e incertezze nel mondo del lavoro, in cui i cambiamenti costituiscono gran parte di ciò che va saputo gestire, si presenta il counseling psicologico come l’intervento adatto ad accogliere la domanda di orientamento, che attraverso un atteggiamento clinico nel sociale permette all’utente dell’intervento di orientamento di riappropriarsi di Sé, riappropriandosi della propria storia per poter fare delle nuove scelte.

In questo modo di comprendere l’orientamento, è di fondamentale importanza la psicologia del Sé e la terza forza in generale, che permettono una comprensione e studio più accurato del divenire Sé, del darsi come soggetti in continuo sviluppo. Dalle teorie di Rogers a quelle di Carkhuff (GIORDANI, 1988) si vede come lo sviluppo di Sé sia centrale nel benessere, nella salute e nella socializzazione dell’uomo. Qui si colloca, secondo me, l’Analisi Transazionale come approccio a confine tra pragmatismo e clinica, tra comportamento e profondo, tra sociale e privato, e perciò come approccio efficace nell’intervento di counseling di orientamento.

Presentando infine il mio lavoro presso la Direzione Provinciale del Lavoro di Firenze, dove svolgo colloqui di orientamento alla formazione e al reinserimento lavorativo, posso applicare l’AT e articolare il mio modo di pensare e di condurre i colloqui. I soggetti che partecipano ai colloqui versano contenuti che non possono essere accolti sennò in maniera clinica, e accompagnare le esperienze di queste persone, ed in qualche modo partecipare alle loro storie, è fattibile e proficuo nell’intervento di orientamento soltanto se lo psicologo è clinico, e accompagna le narrative in modo da farne parte come soggetto attivo, quello che aiuta ad orientarsi.

 

CAPITOLO 1

LA PSICOLOGIA DELL’ORIENTAMENTO E IL COUNSELING

Dai diversi campi di studio della psicologia, uno di specifico interesse è l’orientamento. In Italia, in Europa e in tutto il mondo attualmente si vede un grande sviluppo di tematiche collegate all’orientamento a scelte scolastiche, lavorative e/o altre. Infatti la necessità di un accompagnamento alle scelte e orientamento è strettamente legato alla grande quantità di informazione disponibile attualmente, e la velocità con cui questa informazione – né sempre di qualità – arriva e viene trasmessa. Cosa considerare? Come scegliere? Quali sono le opzioni? Vantaggi? Svantaggi? Pro e contro delle scelte effettivate? Nella contemporaneità, dove le risorse e scelte sono così varie, e i percorsi di vita ogni volta meno strutturati, l’orientarsi può diventare un compito di estrema importanza, e perciò estremamente bisognoso di cura. Secondo Galimberti (2006):

2L’orientamento professionale è una ricerca che visualizza l’intera area della personalità in vista di una sua attuazione concreta in un campo socioeconomico precisato, a partire dalla contestazione che una buona affermazione lavorativa è un fattore di prima piano nel raggiungimento dello status adulto perché da essa dipende la possibilità di una completa emancipazione, di indipendenza economica, di raggiungimento della maturità emotiva, sociale e psicosessuale. (…) Una scarsa congruenza tra i due livelli(vocazione e scelta) produce tutte quelle forme di irrealismo che vanno dall’incapacità all’incompetenza, al disadattamento. (vol. 3, p. 185-186) Tanti sono gli studi della psicologia che hanno ricadute di interesse sull’orientamento.

Tanto è che si è definita una propria e vera psicologia dell’orientamento, un ambito di studio tra il clinico e il sociale, tra il pubblico e privato. Infatti la psicologia dell’orientamento identifica le funzioni psicologiche che partecipano diretta o indirettamente dell’orientarsi del soggetto, ne studia con metodi che vanno dalla clinica all’inchiesta sociologica e alla psicometria.

La psicologia generale può contribuire alla psicologia dell’orientamento con gli studi sul pensiero, la percezione, la memoria; la psicodinamica aggiunge gli studi sulla motivazione; la psicologia sociale aggiunge lo studio degli atteggiamenti, degli stereotipi, delle attitudini; la psicologia clinica aggiunge il metodo… Ovviamente la psicologia dell’orientamento è più della somma di queste caratteristiche. Secondo Di Fabio (1998) l’orientamento costituisce un processo educativo ampio, complesso,continuativo, ed in particolare modo non direttivo, espressione di una diatesi riflessiva del verbo orientarsi.(p.7)

L’autrice cerca di definire storicamente l’orientamento in modo di arrivare ad un’attuale definizione dell’oggetto di studio della psicologia dell’orientamento. Da una fasediagnosticoattitudinale, dove le scelte erano considerate in base ai risultati di test psicoattitudinali, ad una fase caratteriologico- affettiva dove si consapevolizza che non può essere definito adatto ad unadeterminata professione un soggetto che “è in grado di fare” grazie alle sue specifiche attitudini,ma piuttosto il soggetto che “svolge quelle mansioni con piacere” perché sostenuto dai suoi interessi.(p.12). Viene definita poi una fase clinico-dinamica in cui è lo psicologo clinico che indaga la personalità globale del soggetto e le motivazioni profonde. In questa definizione ci sono state critiche mosse dalla sociologia e dalla pedagogia, che considerano questo tipo di orientamento lontano dall’ambiente circostante e mancante di una considerazione educativa alla scelta. Di seguito Di Fabio elenca una fase dello sviluppo vocazionale che prende in considerazione anche le influenze esterne necessarie alla maturazione delle vocazione e alle scelte adatte, e si considera che la scelta professionale arriva con il superare di tappe evolutive. Infine si arriva ad una fase centrata sulla persona o maturativo-personale dove l’ottica di riferimento è la persona, si parla effettivamente di orientarsi, e non di orientare. Viene adottata l’impostazione umanistica attraverso i concetti rogersiani; in questa concezione dell’orientamento è fondamentale l’autonomia personale.

L’orientamento psicologico a questo punto si apre a diverse modalità applicative. Ci sarà l’intervento operativo dove l’informazione e la comunicazione di essa diventano fondanti, oppure interventi dove la centralità si attinge nella testistica, piuttosto che interventi educativi alla scelta, modelli psicosociali e globali, e infine anche l’intervento di counseling.

Dalla teoria rogersiana in poi, e in genere in tutta la letteratura sulla psicologia umanistica,il counseling si delinea come un intervento centrato sulla persona: Il counseling si dà sul serio quando una persona ricerca l’aiuto di un’altra per gestire più efficacemente un problema o più problemi che la assillano in un certo momento della sua vita. I problemi attuali possono essere legati a eventi passati o infantili, o essere collegati a eventi futuri a cui si pensa con una

certa ansia o preoccupazione. Nell’un caso o nell’altro, la persona che si presenta per il counseling – il cliente – ha riconosciuto, per lo meno implicitamente, di essere giunta ad un’impasse e di aver bisogno di assistenza per uscirne e andare avanti nella sua vita. (HOUGH, 2001, p.8) In questa concezione il counseling psicologico diventa un intervento eccelso per l’orientamento, visto lo sviluppo storico di questo compito, e la posizione a cavallo tra il soggetto e l’ambiente in cui vive – ambito di intervento del counseling. Infatti avvalendosi di conoscenze e strumenti psicologici come i test e i colloqui clinici, l’intervento di counseling psicologico aggiunge all’orientamento un background più ricco e solido, più attinente al soggetto che cerca nel counseling aiuto per orientarsi.

Secondo Galimberti (2006) riguardo al counseling: tra le forme di consulenza ha acquisito particolare rilievo in questi ultimi anni il counseling, che è un’azione di sostegno terapeutico nella decisione (v.), allo scopo di creare le condizioni per un’autonomia decisionale, attraverso la considerazione dei fattori coscienti, come gli interessi, i gusti, le aspirazioni economiche, il prestigio sociale, e le inclinazioni profonde e inconsce che rinviano ai bisogni affettivi di fondo e ai meccanismi di adattamento che sono alla base delle dinamiche personali e del modo di esistere dell’individuo (vol.1, p. 467)

Galimberti così pone accento all’importanza del processo decisionale nel lavoro di counseling, e nel fattore terapeutico di esso. Di Fabio (1999): è un intervento d’elezione per il potenziamento, la riorganizzazione e la mobilitazione delle risorse personali e per il fronteggiamento, la risoluzione e il superamento delle situazioni di crisi (non patologiche), siano esse evolutive o accidentali. (p. 41)

Considerando la salute non come assenza di malattia , ma come “stato di completo benessere fisico, mentale e sociale (definizione dell’OMS di salute), e di accordo con i concetti sopraccitati, si evidenzia come l’orientamento sia di rilevante importanza alla salute delle persone.

Sempre secondo l’OMS, nella Lettera di Ottawa (1986) la salute è un concetto positivo che valorizza le risorse personali e un importante investimento sociale”(…) Per raggiungere uno stato di completo benessere fisico, mentale e sociale un individuo o un gruppo deve essere capace di identificare e realizzare le proprie aspirazioni, di soddisfare i propri bisogni, di cambiare l’ambiente circostante o di farvi fronte.

Nella congettura di cambiamento e crisi lavorative attuali emerge (viene in superficie, ma anche nel senso di urgenza) il bisogno di orientamento che si faccia carico dalle esperienze colme di sofferenza apportate dai soggetti che vivono diretta o indirettamente la crisi. Giust-Desprairies (2005) parlando specificatamente della crisi, indica la dimensione soggettiva di essa: la dimensione soggettiva impregnata da sentimenti di minaccia, angoscia di perdita e di frammentazione di fronte alla concatenazione di rotture, violenza delle forze liberate, incoerenza generalizzata, distruttiva di solidarietà e di identità.

Perdendo il controllo di ciò che avviene, gli attori sociali perdono il senso di loro atti, sono imprigionati nel presente e espropriati del loro futuro. (p. 102) Inoltre, l’autore, elencando le caratteristiche della crisi, parla anche dell’impossibilità di decidere: il soggetto sociale, una collettività o un individuo si trova disorientato e sguarnito: è messo in crisi dall’incapacità di autodeterminarsi e di affrontare ciò che si pone come problema insolubile, come vicolo cieco. L’impressione dominante è che ogni scelta è impossibile perché comporta un rischio di distruzione (GIUST-DESPRAIRIES, 2005, p. 103)

Dunque si delinea la necessità di un intervento di orientamento non parziale, che prenda in considerazione le persone e le loro soggettività, loro crisi, loro identità e loro lavoro. L’intervento di counseling psicologico così si fa clinico perché accompagna la storia della sofferenza. Cadono i confini e le parzialità, perché l’orientamento non è più professionale, non è più formativo o informativo: è consulenza per il divenire, per il riappropriarsi di Sé e della propria storia. Il counseling psicologico si colloca tra il privato e il sociale; tra l’occupazione, formazione e salute, quando investe sue specificità nel sostegno e cura dello sviluppo fenomenico di Sé.

 

CAPITOLO 2

L’ORIENTAMENTO E L’ANALISI TRANSAZIONALE

Tenendo in considerazione quanto precedentemente riportato, si individua nella psicologia umanistica il filone della psicologia che in maniera più esaustiva ha considerato lo sviluppo di Sé e delle sue possibilità.

Mentre comportamentismo e psicoanalisi si occupano di altri argomenti di clinica e ricerca, la “terza forza” in psicologia si occupa dello sviluppo del Sé potenziale, della realizzazione di Sé: essa sostiene che l’uomo non è determinato dalle spinte istintuali o ambientali, né dominato dai dinamismi inconsci, ma è animato da forze interiori costruttive e orientate verso la realizzazione della persona (GIORDANI, 1988, p. 16).

Sviluppando questa tendenza, che trova le sue origini nelle opere di Maslow, Rogers diventa il fondatore di un modello o scuola di pensiero, La Terapia Centrata sul Cliente, non direttiva, e inserita in una prospettiva umanistica ed esistenziale. La terapia rogersiana apre strada a diversi modi operativi e articolazioni teoriche, e diversi altri ricercatori svilupperanno la psicologia umanistica.

Uno degli autori che si collocano in questa prospettiva è Carkhuff, discepolo di Rogers, che poi se ne distacca e sviluppa un proprio pensiero. Un autore che penso sia evidentemente collocabile tra gli esponenti della terza forza in psicologia è Berne, l’autore dell’Analisi Transazionale.

Carkhuff si differenzia da Rogers principalmente in quel che riguarda le considerazioni sul “naturale” sviluppo di Sé. Rogers era convinto della bontà nativa dell’uomo e della presenza in lui di dinamismi orientati all’autorealizzazione, e che lo sviluppo ottimale della personalità avverrebbe quindi in modo spontaneo e senza che l’individuo se ne preoccupi coscientemente (GIORDANI, 1988, p. 110). Per Carkhuff invece:

(…)il dinamismo che promuove lo sviluppo non si trova nelle risorse positive innate, ma dipende dall’incidenza che un insegnamento positivo esercita sulla persona. Questa, infatti, non è intrinsecamente orientata né verso il bene né verso il male, ma è suscettibile di assimilare capacità peculiari per i vai livelli in cui essa può essere suddivisa, capacità che la renderanno pronta a rispondere in modo costruttivo alle varie situazioni esistenziali. (GIORDANI, 1988, p. 111)

L’AT si avvicina al pensiero di Carkhuff assumendo una postura neutrale, non fatidicamente negativa o esistenzialista, come possono essere alcune scuole psicoanalitiche, ma nemmeno con una posizione di “bontà innata” come si trova nel pensiero di Rogers. Con Woolams e Brown (2003), diventare una persona non è, contrariamente a quanto si pensa comunemente, né facile, né automatico. Ognuno di noi entra nel mondo con la potenzialità di crescere e di svilupparsi fino a diventare una persona sana e matura (p. 136). L’Analisi Transazionale di Berne dunque si può avvalere del pensiero fenomenologico-esistenziale come presenta De Moraes (2007) per lo studio delle transazioni e dei rapporti umani come fenomeni.

L’AT infatti ha una serie di strumenti e teorie che possono facilitare la comprensione dei rapporti umani, fenomeni dell’Io nei rapporti con gli altri e con sé. Sciallero (2009) rammenta la funzione e utilità delle operazioni berniane applicate all’orientamento: l’utilizzo dell’Interrogazione, Specificazione, Confronto, Spiegazione, Illustrazione e Conferma con l’intento di decontaminare l’Adulto e favorire la scelta e l’autonomia. Inoltre la comprensione dei giochi psicologici e dei copioni, temi centrali dell’AT, è la punta del filo di Arianna che indica il percorso da fare nel labirinto del rapporto con gli altri. Tanti corridoi, tante scelte, tanti passaggi. Che indizi seguire, che cammino intraprendere, a cosa dare importanza?

Oltre le caratteristiche condivise dalle scuole di pensiero considerate, l’Analisi Transazionale nello specifico dà degli strumenti molto utili per il lavoro di orientamento, tra questi il linguaggio e sopratutto un atteggiamento semplice, l’analisi dei giochi, e del copione.

Il linguaggio dell’AT permette un pensare più articolato da parte dello che condivide insieme all’altro in maniera immediata ed empatica il percorso di orientamento. La filosofia dell’okness serve di base ad un lavoro motivazionale, che tende al recupero e valorizzazione della storia lavorativa pregressa, dell’auto stima e dell’immagine di Sé. Le esperienze di lavoro fino al momento attuale non sono da dimenticare, non sono prive di valore o importanza, ma sono una ricca aggiunta nella ricerca del lavoro, anche in ambito adiacenti. La ricchezza di questo bagaglio si ritrova nel processo, e non propriamente nel contenuto. Infatti questa è un’altra caratteristica dell’AT, il pensare e agire sia sui contenuti che sui processi.

L’analisi dei giochi psicologici è di estremo interesse nei colloqui di orientamento. Se pensiamo alle situazioni qualvolta disastrose della disoccupazione, sia legate all’economia, che al ruolo e l’identità personale, spesso si può ritrovare in esse evidenze di tornaconti di giochi psicologici. La dimestichezza con le teorie dei giochi e del triangolo drammatico come viene usato in AT serve tantissimo a conoscere chi c’è davanti, al di là di un discorso diagnostico. Serve come lettura di un primo avvicinarsi, come porta all’intuizione dello psicologo dell’orientamento. Infatti dentro la teoria dei giochi trovasi spazio per i contenuti cognitivi, emotivi e comportamentali delle persone, si trovano gli atteggiamenti e si trova soprattutto l’immagine di Sé, fondamentale per orientarsi.

Prima di sapere dove andiamo, è necessario sapere dove siamo; basta pensare a come ci si orienta in una mappa. Nell’AT la fiducia nella fenomenologia-esistenziale e nel darsi dell’altro attraverso le transazioni, dando valore alla situazione presente della persona, facilitano il compito della conoscenza di Sé, delle proprie aspettative e del incontro con un Sé reale. Attraverso la decontaminazione dello stato dell’Io Adulto, le persone posso essere liberamente, e non impedire lo sviluppo di Sé dovuto a ingiunzioni o false immagini apprese. Se il Sé è l’Io fenomenologico in relazione, è attraverso l’analisi del Sé che si coglie il qui-e-ora. E’ nel darsi della relazione che si arriva all’Io. Infatti lo studio dei copioni psicologici e di ciò che si ripete diventa utile per cogliere i sensi delle proprie scelte, spesso non dall’Adulto ma contaminate da altri stati dell’Io.

 

CAPITOLO 3

DOVE LAVORO

La Provincia di Firenze sta lavorando attivamente per affrontare l’attuale crisi socioeconomica. Tantissime persone hanno perso il proprio lavoro, tante famiglie si ritrovano con i redditi dimezzati, tante aziende sono chiuse o hanno ridotto il personale. Il problema della disoccupazione diventa un emergenza privata e sociale, e il reinserimento lavorativo diventa uno dei compiti fondamentali dello Stato, che cerca di promuovere sul territorio servizi che “riducano il danno” e che permettano alle persone di ritrovare una stabilità provvisoria o definitiva in questo periodo. Quanto segue è il testo integrale presente nel sito della Provincia di Firenze1: lunedì 09 novembre 2009

 

OLTRE 7 MILIONI DI EURO PER IL PACCHETTO ANTI-CRISI

L’Assessore Elisa Simoni ha presentato il piano degli interventi a sostegno dei disoccupati, dei lavoratori e delle piccole e medie imprese. Solidarietà, competitività e rilancio: sono questi i principi cardine del pacchetto anti-crisi presentato lunedì 9 novembre dall’Assessorato alla Formazione e al Lavoro della Provincia di Firenze.

“Il pacchetto di interventi prevede stanziamenti per 7 milioni e duecentomila euro – ha specificato l’assessore Elisa Simoni – e sarà indirizzato al sostegno dei disoccupati, dei lavoratori e delle imprese. L’obiettivo è quello di rispondere alla crisi, da un lato, con azioni in favore di quei lavoratori e lavoratrici attualmente disoccupati e senza alcuna forma di sostegno al reddito, e, dall’altro, supportando le piccole e medie imprese nella pianificazione di investimenti in innovazione e qualificando sempre di più l’offerta formativa sul territorio. “Il pacchetto – ha aggiunto l’Assessore provinciale – rappresenta il frutto di un lungo lavoro di concertazione delle scelte sia in sede di Commissione Tripartita Provinciale che attraverso specifici tavoli con le associazioni di categoria e le partisindacali”.Glihttp://www.provincia.fi.it/lavoro/risorse-correlate/archivio- notizie/leggi/?tx_ttnews

[tt_news]=1193&cHash=9e599001 da interventi in favore dei lavoratori privi di ammortizzatori sociali – stimati in oltre 500 – intendono coniugare politiche del lavoro attive e passive allo scopo di favorire il loro reinserimento professionale con interventi di orientamento, formazione e consulenza, accompagnati da incentivi economici individuali o a sostegno delle assunzioni da parte delle imprese.

Per questo intervento è previsto un investimento di 800.000 euro cui si aggiungono misure rivolte ai figli dei lavoratori espulsi dal mercato del lavoro – cassaintegrati, in mobilità o privi di ammortizzatori – che avranno priorità nella assegnazione di voucher per corsi di formazione professionale o master universitari. Per contrastare la crisi è comunque necessario rafforzare la competitività della piccola e media impresa in favore della quale saranno stanziati altri 900.000 euro finalizzati al trasferimento tecnologico in impresa, alla formazione dei neo assunti ed alle consulenze alle imprese sulla innovazione del prodotto. “Sarà inoltre pianificata, per un impegno complessivo di 1 milione e cinquecentomila euro una programmazione di corsi professionali rispondente alle esigenze e vocazioni produttive del nostro territorio secondo quanto emerso da ricerche sui fabbisogni formativi e da specifici incontri con le categorie produttive e gli addetti ai diversi settori produttivi.

Gli interventi riguarderanno i comparti di artigianato, commercio e turismo, cultura, meccanica, edilizia, moda e pelletteria, green economy, agricoltura. L’impegno maggiore, tuttavia, con uno stanziamento di 3 milioni di euro, è finalizzato a sviluppare e migliorare il sistema dei voucher formativi avviato con grande successo (ad oggi sono oltre 3000 i voucher assegnati). Questi interventi saranno resi più efficaci attraverso la costituzione di ‘Centri Formativi Territoriali’, in modo da favorire la diffusione su tutto il territorio provinciale di un sistema formativo flessibile, organizzato e visibile che oggi si concentra in grandissima parte solo in città. Il tutto per consentire agli utenti una scelta più ampia ma sempre più legata alle effettive esigenze del mondo del lavoro. In questa prospettiva ed in questo contesto ho trovato lavoro in Optima srl, una società che si occupa di selezione, gestione risorse umane, formazione ed orientamento. Attraverso un percorso di counseling specialistico dentro il Centro per l’Impiego ho avuto il contatto di alcune società che svolgono attività in ambiti che mi interessano, il counseling e l’orientamento. Ho contattato Optima e sono stato chiamato per un colloquio, che è andato a buon fine.

Il mio lavoro, e degli altri due colleghi psicologi, si svolge in colloqui individuali con soggetti previamente individuati ed invitati a presentarsi al Centro per l’Impiego di competenza, il quale provvede a fissare il colloquio di orientamento specialistico con uno di noi tre. Le persone che vengono ai colloqui sono quelle prive di ammortizzatori sociali, citate nel testo del sito della Provincia. Sono persone che dopo aver perso il posto di lavoro, hanno esaurito le prestazioni di sostegno al reddito, come la mobilità e la disoccupazione. Questo gruppo di persone è molto eterogeneo: da molto giovani a quasi pensionati, tante sono le donne, tanti anche gli stranieri.

Il progetto ha due versanti: queste persone riceveranno una somma una tantum come incentivo alla formazione; e hanno poi delle agevolazioni ad accedere ai servizi formativi offerti o pagati dalla Provincia di Firenze. Quello che viene sottolineato con questa iniziativa della Provincia e attraverso il lavoro di Optima è l’idea che la formazione può essere una strada che facilita il reinserimento lavorativo. La formazione come modo di riappropriarsi della propria professionalità.

Creando un percorso formativo individuale adatto, le persone posso aggiornarsi, fare pratica, rimettersi in gioco, rientrare in contatto con il mondo del lavoro, con persone che sono nelle stesse situazioni, possono imparare altro, recuperare gli studi…E’ molto improbabile che persone che sono senza occupazione da tanto tempo riescano a reinserirsi con gli stessi incarichi, inquadramenti e mansioni dei lavori precedenti. La formazione può quindi dare supporto a questo cambiamento, aggiustandolo alla realtà personale e del mercato di lavoro.

Il colloquio che si svolge ha un impronta informativa fondante: vengono presentati le possibilità offerte dalla Provincia di Firenze, tra cui i Voucher formativi e il relativo catalogo provinciale, la Carta Ila, il Progetto TRIO… Con la parte informativa del colloquio cercasi allo stesso tempo di dare o organizzare delle informazioni e notizie, e di individuare con la persona quale potrebbe essere il percorso più adatto alle proprie esigenze. Inoltre si cerca di definire l’area di interesse formativo di ogni persona. I colloqui vengono svolti in una stanza dentro di una sede operativa della Regione Toscana. Nella stanza operano simultaneamente due psicologi, ognuno con un computer e una postazione propria, su lati opposti di un grande tavolo che occupa tutta la larghezza della stanza. L’agenda del progetto prevede sei colloqui ogni mattina. Dopo ogni colloquio, registrato nel sistema informatico del Centro per l’Impiego, vengono scritti degli appunti sugli esiti e gli interessi personali evidenziati. Trattasi di un progetto pilota, e sia la Provincia, sia l’Optima, sia noi psicologi siamo molto interessati nell’andamento e nelle possibilità che questo lavoro può offrire.

 

CAPITOLO 4

DIARI DI BORDO

Questo è stato un lavoro tanto atteso. Tanto voluto e tanto cercato. In questo capitolo cercherò di riportare le mie esperienze più significative, i miei pensieri, le mie gioie e perplessità come Psicologo dell’orientamento presso la Direzione Provinciale del Lavoro di Firenze. Arrivare li il primo giorno è stato molto bello. Avevo tante aspettative a rispetto di questa esperienza. Conoscere altri psicologi più o meno nelle mie condizioni, agli inizi della carriera, e confrontarmi alla pari. E’ stato bello lavorare con due colleghi così diversi: entrambi psicologi del lavoro, mentre io sono psicologo clinico. Uno dei due, appena laureato, l’altro psicoterapeuta. Mi sono ritrovato, per via del Master in Counseling, ad essere l’esperto di orientamento. Ero io, per la prima volta, l’esperto in questione. Principalmente nel confronto con il mio collega psicoterapeuta, ho potuto vedere le differenze e applicazioni del counseling psicologico. Avevo strumenti e preparazioni normativamente “inferiori”, perché non ho una specializzazione vera e propria, ma ho visto come le mie competenze erano più adatte, diverse, e più efficaci in quel setting, in quel lavoro. Infatti mi sono ritrovato a rispondere dubbi e proporre modalità diverse al nostro lavoro, a prestare libri e a condividere molto anche dell’approccio AT.

Poi è stato importante, senza ombra di dubbio, il mio rapporto diretto con l’utenza. Incontrarmi con persone vere, con tanta storia di vita, tanti racconti, conquiste e sofferenze. Permettermi di cambiare nel loro confronto, di cambiarmi nei confronti della mia professionalità e nei mie confronti. Purtroppo non potevo registrare i colloqui per risentirli in seguito. Avrei voluto poter sentirmi in un secondo momento. Comunque sia, ho cercato di scrivere diari della mia esperienza di lavoro nei colloqui. Diari di Bordo (AUN, 2005) che mi permettevano di raccontarmi, spiegarmi, dare un senso diverso attraverso la narrativa al mio lavoro e a ciò che avevo vissuto. Qui di seguito

ci sono i diari più significativi, quelli che mi hanno permesso di pensare, di elaborare il mio lavoro. Dentro i diari ci sono i miei cambiamenti e la mia professionalità, ciò che penso sia l’orientamento, ci sono tratti di colloqui e ci sono tratti di vita, mia e di altri. In corsivo ci sono i testi del diario, e in caratteri normali altri ulteriori commenti e articolazioni.

07/01/2010 Primo giorno di lavoro dopo la pausa per le feste, dopo il Natale, il viaggio a Parigi, il mal di schiena, le decisioni per la tesina. La pausa è stata lunga se penso che in realtà avevo lavorato poco più di una settimana…ed ero già libero di pensare ai colloqui. Miei colloqui? Sono tutt’ora pieno di aspettative. Mi piace ciò che faccio e ciò che sto imparando. Però so di poter migliorare molto. Oggi al lavoro è stato veramente faticoso. Può darsi sia stata la pausa, e il rientro, può darsi che ero stanco, o non preparato. Ma può darsi che il lavoro non mi vada come vorrei andasse. Mipiace, ma mi torna poco. Oggi mi sono sentito un dispenser, una macchinetta che ha fornito tutto il giorno la spessissima roba. Ad un certo punto mi sono sentito nell’automatico. Era indifferente chi era davanti. Le storie erano da sorvolare. Non c’è stato tempo. Tempo. Ecco il problema…tempo. C’ è uno sbrigati pazzesco!!! Non c’è tempo per ascoltare, per accogliere. Le persone che entrano, che aspettano. Liste complicate, tempo perso. Non c’era tempo per spiegare bene, per capire bene. Ma stiamo dicendo cose giuste? Le informazioni sono corrette? Ma ciò che deve passare, alla fine, passa? Perché quasi mai sono i contenuti…ma lo stimolo…Passa ciò che è utile?

Ecco, oggi mi sono sentito sormontato. Un onda enorme sulla testa…la parola in inglese che mi veniva in mente…overwhelmed….troppo! Avrei voluto una pausa, e non c’ stato modo. Tra una persona e l’altra, tra essermi seduto e cominciare, tra un dubbio e un informazione. Niente. Tanto che non mi ricordo mica tutte le persone che ho visto…ne ho viste otto stamane:

– Mi ricordo la signora magrolissima che lavora con fitness. Mi è piaciuto il colloquio con lei.

– Mi ricordo la signora che la doveva vedere il mio collega, che si era morsa la mano e stava sanguinando…mi ha preoccupato.

– Mi ricordo la ragazza che studia assistenza sociale. Mi ha fatto una strana impressione…mica c’era tutta, a ben vedere.

– Mi ricordo il tipo spaventoso, che vita a pezzi veramente…divorzio, senza casa, invalidità. Tutte lui.

– Mi ricordo più o meno il tipo…almeno il viso…di quello che ha fatto il muratore e ha lavorato a nero come calciatore…

– Mi ricordo la signora bionda, segretaria, che voleva lavorare con le comunità e presso le scuole…e era nell’impasse più totale perché aveva scoperto che se non conosci nessuno, non sei nessuno. Chi manca? Mica me lo ricordo…chi altro c’era? Ah, c’era il signor ligure, commesso, cameriere, Istituto d’Arte…preso per il culo, traslocato da Genova e non l’hanno preso poi… Chi manca? Chi manca? Chi manca? Ma forse manco io, che oggi non sapevo nemmeno cosa stavo facendo li. Ora…forse esagero. Delle volte arriva. Delle volte funziona…ma non sono del tutto contento di com’è andata oggi. Infatti ho sentito Paola. Ho bisogno di parlarne, di fare un po’ di pulizia. Di capire le informazioni che do. Di capire il mio contratto tra l’altro. Mi ha risposto che la prossima volta che erano in giro ci si vedeva…ma non voglio un tempino ritagliato. Voglio sedermi e parlarne. Uffa! – Bene…la signora magrolina del fitness. Mi è piaciuto il colloquio con lei, era reattiva, interessata. Mi piace questa cosa, trovare gente interessata. Mi da grandi soddisfazioni, lo posso dire. Infatti abbiamo individuato un corso nel catalogo provinciale per lei. Se lo segnò, vorrebbe mettersi in proprio. L’ho vista propositiva. Taaaaaaanto magra, infatti…ma il colloquio è stato bello. Mi sembrava che cambiava ad ogni transazione. – La signora bionda che si mordeva, che sanguinava, che ha il marito disoccupato da un anno. La signora triste. Ma anche tanto bloccata, si muoveva poco, e ogni tanto capivo che si emozionava.

Cos’è che faceva prima? Chi se lo ricorda…ma voleva continuare poi nell’ambito ristorazione, ma anche lingue, ma anche giardinaggio…e poi non sa come scegliere. Forse troppo? Overwhelmed anche lei? Ho avuto questa impressione, e ho calibrato il tiro. Meno quantità di informazione, ma magari più mirata. Ma è l’info o il rapporto? Ma si mordeva…aiuto…

– La ragazza che ha fatto lettere e ha mollato al terzo anno solo per cultura personale. Che ha fatto corso di counseling e non ha fatto l’esame finale. Che è partita per il mondo in ONG di assistenza, e che si è scoperta appassionata di assistenza sociale. Ha detto di poter scegliere, e che non ha bisogno di fare assistenza di base. Direzione? Non vuole tirocini? Un po’ freak….e anche se li per li non avevo colto, mi ha lasciato l’impressione di non esserci tutta…troppi sorrisi, un po’ euforica…ma…Difficile trovarsi un percorso, individuarlo, comprenderlo, finirlo…volerlo, no?

– L’ultimo di stamattina…aiuto. Mi dispiaceva, vita a pezzi. Abita con i genitori, ed è un problema. Si è separato. Problemi con l’ex. Ri-vuole la bambina…merce…ha affittato una casa, ma non sa come farà a pagarla. Ha un invalidità…non ne ha voluto parlare. Arrabbiato. Non può fare quel che sa fare. Non gli fanno fare ciò che può ma non sa fare. Si dice tanto bravo, a me sembra tanto Ribelle. Avevo un Bambino disturbato davanti. Difficile da condurre e chiudere. Caso cronico del CI. Non ha portato con sé l’IBAN. Mi chiamerà domattina sul cellulare per darmelo. Voleva rivedermi, ricontattarmi. Credo gli sia piaciuto, o che in qualche modo stava depositando un po’ di fiducia in me. Ha visto che il servizio era diverso del solito. Domando tanto, parlo tanto…ma è che mi piacerebbe trovare qualcosa dentro queste persone da reinventare…mi piacerebbe trovare una base. Troppo veloce, poco tempo.

– Uno muratore, a me sembrava un po’ tanto svogliato. Ha detto che fin’ora giocava a pallone e si faceva pagare a nero. Alla fine era più motivato…strano che anche i colloqui che secondo me fanno parecchio schifo alla fine generano dei cambiamenti di attitudine nelle persone. Sarò io troppo preoccupato per vedere ciò che passa?

– Una signora bionda, distinta, del tipo…ma lavori te? Che 10 anni ha si è rimessa a studiare e ha preso un diploma di dirigente di comunità. Mai lavorato, solo stage, solo tramite conoscenze. Manda CV ed è delusa…senza conoscenze non trova verso di cominciare. Stavo per abbracciarla quasi…ma mi ha detto di aver mandato il CV a due coop. Due? DUE?!?! Mi veniva un po’ da ridere…Signora, le cooperative sono trecento a Firenze le ho detto. Che stava succedendo? Mi veniva da ridere…

– C’è stato questo signore che cercava qualsiasi cosa. Aveva a cuore i suoi studi, ma sembrava veramente bisognoso di lasciar perdere, di fare altro, ma di fare. Ho scritto troppo veloce, ho parlato di loro troppo veloce? Si capisce ciò che ho fatto? Una gran fretta…oggi non mi sono andati bene i colloqui. Sono inesperto e sono troppi? Che senso ha fare l’elenco di cose che so a delle persone che non sanno nemmeno cosa stanno facendo li magari? C’è un tempo psicologico per l’orientarsi. C’è una formazione. Né tutti sono pronti, le risorse di motivazione, decisione, attitudini, non sono mica uguali per tutti, allo stesso tempo. Non credo di non poter lavorare con tutti loro…incluso la persona che ho praticamente rimosso…ma ci vorrebbe del tempo. Tempi diversi, percorsi diversi. Perché per orientare si devono fidare. E io mi voglio fidare. Chi ho con me? Dove vuole andare? Vuole andare? Ci vuole una relazione. Ci vuole affettività, e lo vedo nei colloqui più OK. L’importanza del percorso, del conoscersi, del lasciar sentire, lasciar piangere, lasciar raccontare. D’altro canto, vedo piccoli gesti che mi fanno felice. Mi fanno capire che ciò che arriva, è ciò che doveva arrivare. Elenco di informazioni, motivazione a cercarne altre??? Questa sarebbe da capire. Da gente che mi ha ringraziando piangendo, che mi hanno stretto la mano, dicendo che in dieci anni di Italia non sono mai stati trattati così, di gente che ha fatto i complimenti al nostro progetto, di gente che ha chiesto il mio nome, dandomi la mano, e veramente dandomi indietro un grande “grazie”. Da queste persone vedo che ciò che voglio arrivi, arriva: il permesso di rimettersi in gioco, di reinventarsi, di rivalutare ciò che erano, che sono diventati, e cosa ne vorranno fare di tutto ciò. Ridare la speranza dell’autonomia. Mi sembra un buon inizio.

Dopo aver scritto questo pezzo, mi è venuto istantaneo dare un senso alla esperienza di quella giornata. L’utilità dei diari è anche questa: scrivere articola i sensi, apre strada ad altre interpretazioni. Gli ultimi due paragrafi sono esattamente questo. Scrivendo ho ripensato il mio lavoro: il mio sbrigati e i tempi del lavoro non potevano essere messi insieme, per sabotare una professionalità e un’importante iniziativa. E’ stato li che ho “deciso” che il tempo era una risorsa, e non un nemico. Che ero li per fare BENE il mio lavoro in maniera autonoma. E ho deciso di usare i miei strumenti, e di portare avanti i colloqui a modo mio. Da qui in poi i miei colloqui sono stato ben diversi dai colloqui dei miei colleghi, e parlandone con loro, vedevo che per la finalità dell’orientamento psicologico, l’Analisi Transazionale era veramente un approccio molto utile e significativo.

08/01/2010 Scrivere il diario mi ha fatto bene. Elaborare, pensare. Sarà un po’ autoreferenziale, ma sentivo come dopo una supervisione. Sapevo altro, sapevo diverso. Sensi nuovi, stesse cose, altre cose. Gente. Il problema del tempo, e della quantità di informazione. Infatti questo diario di bordo lo comincio da qui, da prima dei colloqui, dall’elaborazione del diario precedente. Mi ha fatto riflettere sul compito dello psicologo nel progetto. Perché psicologi, e non volantini? Perché psicologi e non chiunque altro? E ci risiamo sul valore aggiunto dello psicologo. Se le persone sanno ciò che si offre, lo vanno a cercare? O se le persone sono motivate a cercare di più, conoscere di più? Ho deciso di indicizzare. Il valore aggiunto va nell’accendere la scintilla, la curiosità. Va nel motivare, nel dare il permesso ad esplorare. Il permesso a riprendere la propria storia e raccontarla. La narrativa di sé, in un progetto di formazione. Ora vediamo se mi ricordo le persone che ho visto…erano 7, una non è venuta. Devo chiamare, rimarcare. – Una signora disabile, con la sorella. – La signora di rosso, finta allegra, tanto triste, che vuole cucire. – La signora con il marito, che vuole cucire. – Il ragazzo albanese quand’era? L’altro giorno? Manca gente, manca gente. Manca essere gente…tempi disumani? Troppi per la mattina comunque? Può darsi. Ho deciso di cambiare atteggiamento al lavoro. Ho deciso di fare altro, e dare altro. Non tutta l’info a tutto. Non c’era tempo.

E il tempo che c’era doveva essere una risorsa preziosa, non un nemico. Cosa farne della risorsa? Indicizzare. Ho deciso che potevo accennare, e conoscere. Ascoltare, anche se per farlo, l’info a passare deve essere meno. Ma se passa altro, l’informazione importa? Nella ricerca del valore aggiunto della psicologia e dell’AT in questo servizio di orientamento, darmi permessi per dare permessi. Troppa informazione per me, immagino per loro! Non volevo essere un volantino da buttare via. Voglio fare un bel lavoro, e fare la differenza. La differenza sta nelle mie competenze. Sta nella relazione, nella potenza di chi ascolta: qui parlami di te, perché voglio capire come questa iniziativa può esserti utile.

Da quando ho pensato tutto questo, non sono cambiate soltanto le informazioni che davo, ma le informazioni che ottenevo. Più che un elenco di interessi, non sempre valido (anche perché praticamente tutti si dichiarano pronti a fare corsi di inglese e informatica…), ho cominciato ad avere un panorama di esigenze diverse. Di formazione e supporti diversi. Ho cominciato ad orientare verso altri sportelli del Centro per l’Impiego. A colloqui di orientamento, agli sportelli per

gli immigrati, per le donne. Ho cominciato a orientare verso la libera professione, ho cominciato ad essere più libero nel mio compito. Era necessario, perché mi ero dato il permesso di conoscere queste persone, almeno ciò che era possibile in quel colloquio. Ero presente, e accoglievo idee e paure.

Una cosa che ho ritenuto fondamentale nei colloqui era l’idea che le esperienze precedenti alla perdita del lavoro non erano da cancellare, da ignorare. L’identità e anche l’identità professionale. Recuperare, articolare e dare valore alla propria carriera; progettare, pensare e criticare il proprio percorso professionale era necessario per proporre, per capire dove la persona si stava dirigendo e dove si voleva orientare. Qui ho capito che potevo essere diverso con ciascuno di loro, perché le strade erano diverse, le esigenze diverse.

09/01/2010 Ho fatto altri 8 colloqui stamane. Persone molto diverse tra di loro. Giovani, meno giovani. Sette donne, un uomo straniero. Ho cominciato a prendere in mano la situazione. Dalla mia agenda personale si vede già come sto organizzando il mio lavorare. Ero più strutturato, e potevo contenere di più. Più efficace. La domanda chiave che pongo adesso è cosa fa (faceva?) di lavoro, e il titolo di studio. Mi sembra di dare così all’altro inizio di tutto, e il senso di tutto. Dopo una piccola introduzione del progetto mi fermo a chiedere queste due cose, e ciò che scopro è un mondo, un mondo di persone e storie, vittorie e tragedie. Scopro l’altro clinicamente attraverso il suo operare. Fare delle opere. Raccontarle. Facendo così né sempre do tutta l’informazione, ma sento che i colloqui sono più efficaci. Che vanno via con più bagaglio che quando invece l’idea era di elencare tutto. Tutto non c’entra in mezz’ora. Tutto non c’entra. Non c’entra sapere tutto per sapere che si può essere altro. Pensare diversamente. Nei colloqui di oggi tante volte mi sono ritrovato a dire, accettando la difficoltà che mi evidenziavano, che la difficoltà più grande è nel pensarsi diversamente. Nel rimettere mani sulla propria identità professionale. Così facendo ho accolto la difficoltà, ma l’ho portata dove era importante. Nel fatto che li si sta parlando di cosa sei, di cosa siamo. E dal fatto che è li che è importante lavorare. Non nel contenuto, ma nel processo. Né tutti i colloqui sono belli soddisfacenti. Né tutti accettano un’alleanza, anche se veloce di lavoro. Magari sono io che non riesco ad agganciarli. Magari sono persone che hanno altre storie, altri interessi, altri perché. Né tutto è chiaro e traspare, esattamente per questo motivo sarebbe utile riuscire ad affinare le mie competenze sulle transazione ulteriori, quelle che danno il senso al colloquio in realtà. Oggi ho visto otto persone come scrivevo prima. Otto vite. Otto identità interrotte, dove per la mancanza di lavoro, o nella mancanza di lavoro, non so chi sono.

– Il signore romeno, che li lavorava come assistenze chimico farmaceutico, e qui ha tutti i corsi e patenti possibili e immaginabili e non trova lavoro come magazziniere. Mi ha fatto piacere conoscerlo. È in Italia da 9 anni come me, e mi sembra molto integrato, molto presente. Alleanza. – Ho visto la signora con il figlio, che non ha voglia di essere nulla sennò la mamma. Ha bisogno, ma prima i figli e la casa. E non importa quanto di si dice voler fare…se non lo vuoi fare, non lo fai. “Ma i soldi me li dai lo stesso?”

– Ho visto la figlia con il babbo. Terza media. Lui sembrava scocciato dal suo colloquio. Ogni tanto lei sembrava interessata, ma come se chiedesse a lui il permesso di pensare, avere delle idee. Che ne pensi? Mi faceva diventare triste. Ma chi sei ormai che sei davanti a me come fenomeno? Ora non mi ricordo tutti gli altri appuntamenti, magari mi verranno in mente più in là. Mi ricordo però di altri due, che mi sembrano molto significativi. Significato. Senso. Cosa hanno significato per loro? Avrà significato lo stesso che per me? Probabilmente no. Per me era lavoro, per loro risorsa. Avrà avuto lo stesso senso? Ci sta di sì: alleanza, momento di condivisioni. Questi due, molto diversi tra di loro, li metterei tra quei colloqui riusciti bene. Ho visto andarsene occhi diversi da quelli arrivati.

Ah! Mi ricordo la signora cameriera ai piani d’alberghi. Nonna per tanto, alla fine del colloquio mi ha accennato un sorriso. Sembrava non sapesse sorridere davanti a me. Magari anche lei tra i colloqui riusciti. Ah! E c’è la signora bionda, chiusa come un riccio, arti incrociatissimi, ragioniere. Non ho ben capito se questo colloquio gli è servito oppure no. Ah! E anche la ragazza in bianco, risata allegra, proprietaria di immobili da eredità insieme ai fratelli. Anche li…poca disponibilità di essere? Di divenire? Fiore impedito di crescere? Tagliato presto? Mi viene in mente Mortizia Adams, che taglia fuori le rose e si tieni i gambi spinosi. Morte, non vita, non esserci. Comunque, i due colloqui riusciti. Una, una signora molto femminile. Una femminilità “truccata”, che si intravede nel grezzo. Rossetto messo strano, vestiti e gonne strani. Una bomba? Qualcosa dentro che non viene fuori? Donna a divenire. Molto zitta all’inizio, molto rigida, mi racconta di anni e anni di lavoro come impiegata presso azienda orafa. Quindici anni. Titolo di studio legato al sociale, mai sfruttato. Poi mi racconta di un corso OSA, mai sfruttato. E quando le do valore a quel che ha fatto, il sorriso, le lacrime agli occhi, l’altra persona davanti a me. E dice:

Che bello! Una bellezza non riconosciuta? Mai vista? Da anni lasciata li. Dopo fare la mamma per tanto tempo…e me? E progettare? E pensarsi? Ed essere altro, e dare valore a ciò che ha valore? Cogliendo il senso dell’incontro ho dato spazio ad altro senso, al suo senso, che vedevo prendere forma davanti a me. Riconoscerla come persona, dare valore al suo percorso, carezze, hanno dato a quel volto rigido un sorriso che forse era da tanto che non c’era. Sorriso che non diveniva. Non accadeva. Non sorriso. Ero nell’Adulto, e sottolineare l’utilità concreta dei suoi titoli di studio ha ridato a questa donna la possibilità anche lei di mettersi nell’Adulto. L’ho accompagnata li, nel suo stato dell’io Adulto. E li ha potuto vedere, senza troppe influenze dal suo Genitore o Bambino, che quel che sapeva, quel che era, aveva un valore e un’utilità. Quel che era in teoria, era dentro, poteva esistere anche fuori. Puoi essere te stessa, anche lavorativamente. Se hai dei titoli, perché non esserli? L’altro colloquio riuscito bene…che fatica! Donna con l’influenza, si mette seduta dall’altra parte del tavolo. La conosco? Sembra una donna lesbica che veniva nel bar dove lavoravo. La riconosco, lei non riconosce me. Ma riconoscerà mai qualcuno. Ho fatto caso ad una piccola ferita, tipo punturina, sotto le labbra. Ho già visto cose simili, quando facevo la tesi. Ora…non posso dirlo così di brutta, ma mi ha fatto venire in mente la donna che si bucava nelle labbra, eroinomane.

Bambino Ribelle incazzato di brutto, mi ha dato filo da torcere. Che casino. Niente che dicevo o proponevo poteva andare bene. Era arrabbiata con gli errori medici che le hanno portata a dover chiedere l’inabilità al lavoro. Ha dovuto chiudere la sua ditta di pulizie, e a ritrovarsi senza titoli di studio e senza saper cosa fare. Non aveva mai dipeso da nessuno, e voleva fare tutto da sola. Sempre sola, sempre una gran lotta. Sii forte! Sono riuscito a parlare per davvero con questa donna in due occasioni, due momenti che mi sono particolarmente salienti: una volta, per fermare tutto quel flusso, mi sono investito di molta normatività, e non saprei se ero nell’Adulto o nel Genitore Normativo Positivo. Una che non può più sollevare peso e fare sforzo fisici, che si lamenta in continuazione, vorrebbe fare la cuoca. Mi è scapato in un tono anche più alto di voce: questo non lo puoi fare. Si starebbe solo sabotando ovviamente.

Credo che quando ha visto che potevo reggere la rabbia, e allo stesso tempo essere diretto e sincero, si sia un po’ rilassata. Ma non volevo continuare in quello stato dell’Io. Era rischioso affrontare così direttamente questo Bambino. Facendole parlare viene fuori il reale contenuto di tutto: la sua libertà si scelta, di fare. La sua indipendenza, il suo non voler vincolarsi a niente. Quando l’ho capito e le ho fatto notare che le scelte sarebbero state sue, ha cambiato atteggiamento, si è messa a prendere appunti, e ho visto che pensava, che cercava altre soluzioni, diverse, e li ho sentito che – con sforzo – andava nell’Adulto per stare con me in colloquio, e mi ha chiesto della libera professione, dell’imprenditoria…

Come mi ha palesato il mio collega, ovviamente il “fare da sola” è il gran problema. Quelle ernie inguinale che le hanno massacrato non sono venute dal nulla. L’ho penso anch’io. Aggiungo che il fare da sole non vuol dire fare in autonomia…sennò era ancora a fare il suo lavoro, e a procedere nella sua carriera. E invece questo fare da sola le ha portato alla malattia e a perdere sé stessa, sua identità professionale, suo percorso. Le ho invitato a sfruttare il servizio del CI di orientamento specialistico…e non voleva dipendere da nessuno…anche li! Aiuto! E’ uscita dal colloquio “più morbida”, più soddisfatta di quando è arrivata, di sicuro. Le ho fatto spiegare il suo dolore, la sua rabbia. Ho ascoltato, e così facendo ho potuto comprendere che tutta quella rabbia era anche tanta paura di non essere più libera di scegliere…le mancavano strumenti per scegliere oramai. Colloquio tosto, ma andato bene.

In questo scritto ho potuto usare termini AT per gestire la comprensione dei colloqui. Gli stati dell’Io e le transazioni mi hanno facilitato il rapporto con l’altro in maniera molto evidente. L’AT si sta dimostrando uno strumento molto utile, che mi permette di essere più sereno e potente, più preparato a dare supporto. Poter pensare al di là dei giochi, riuscire a cogliere così velocemente accenni importanti delle strutture dei copioni, è stato possibile solo perché l’Analisi Transazionale dà alla Psicologia dell’orientamento una pragmaticità che di solito non si vede nella Psicologia stessa, ma senza assolutamente perdere di senso o di importanza. Mi ha sempre molto insospettito l’aspetto pragmatico dell’AT, che qualche volta è stato esasperato e qualche volta l’ho percepito esasperato io. Ora, applicando l’analisi transazionale al mio lavoro, comincio a rendermi conto dei vantaggi di questo aspetto, e che anche se molto immediata, l’AT non perde di profondità e sensibilità.

15/01/2010 C’è stata una signora molto posata, che rivelava dentro sé un turbine di ansia. Le mancava poco per la pensione, e le costava molta fatica ricredersi. Mi ha cercato dopo per il codice IBAN. In lei un compiace PAZZESCO. Stava a ripetere le mie parole, accompagnava ciò che dicevo. Era come avere un eco nella stanza. Che rabbia questa cosa! Alla fine colloquio mi sembrava ripetesse meno, e mi sembrava di vedere un sorriso. Non ne sono sicuro fosse del tutto diverso dai sorrisi di compiacimento anteriori, ma era un sorriso più piccolo e più silenzioso. Mi sembrava diverso. Dopo raccontarmi di Sé, e di parlarmi delle sue difficoltà nel trovare lavoro visto l’età principalmente, siamo arrivati a capire che vorrebbe fare magari un corso di inglese. Ho cercato di fare di questo colloquio uno spazio dove ricercare valore in lei, un colloquio motivazionale. Conoscere altro, sfruttare la propria esperienza, credersi capace di altro, di formarsi, di imparare. Imparare le lingue non soltanto per il lavoro, ma anche per Sé, per conoscere un mondo, per osare al di là del micro-paesino dov’è nata, cresciuta, e ha sempre vissuto. Infatti si perde a Firenze, non ci sa nemmeno arrivare bene con il treno. Prima di questa signora ho visto una ragazza punkettona, o su quel versante, che è entrata con un’amica. Capelli corti arancioni, piercing sul mento, denti messi malissimo. Va bene essere alternativa, vedrai….ma quei denti? Cos’era? Droga? Faceva l’impiegata amministrativa e prima contabilità, non ha voluto entrare in dettagli, ma ha voluto cambiare per fare la commessa. In questo colloquio siamo riusciti molto chiaramente, tramite le operazioni berniane classiche, di farle individuare come mai ha voluto cambiare lavoro, e non vuole tutt’ora tornare a farlo. Non vuole lavori di responsabilità, o dove si senta responsabile. Qui cerco di descrivere l’andamento di questa parte del colloquio (per come me lo posso ricordar, visto che li non posso scrivere ne registrare):

Cosa c’era in quel lavoro che ti ha fatto decidere di cambiare? Come mai? Avevo troppi datti in mano, molte cose importanti.

Hai deciso di cambiare lavoro perché avevi troppe cose importanti da fare? Sì, era come se io avessi la responsabilità di troppe cose. Mi stai dicendo che ti sentivi responsabile di troppe cose? Sì, e non voglio lavorare così, non voglio più tutta la responsabilità.

Non vuoi un lavoro di responsabilità? Esatto, voglio un lavoro più tranquillo, come fare la commessa. Al di là di tutto che ci può stare dietro, e che può essere esplorato in un altro setting, la richiesta di ricollocamento lavorativo immediata passa da una specifica richiesta di tipo di lavoro, e di ciò che ha allontanato questa persona dal mondo del lavoro. Ovviamente in un colloquio che tende anche ad essere un colloquio che motiva la scelta formativa, mi sembrava interessante sia fare il punto della situazione, e sottolineare che non cercava quel tipo di lavoro. Dopo che me l’ha detto ho visto che ha cambiato atteggiamento, ha smesso di ridere in continuazione, si è concentrata di più. Dopo un po’ di presentazione dei corsi, mi sembrava che da sola lei cercassi di riparlare anche del suo lavoro di ufficio, e di come approfittare quelle esperienze. Era in dubbio se partire da capo con un lavoro creativo, o se cercare un lavoro più concreto e anche più facile da collocarsi, come potrebbe essere il suo. Alla fine chiedendo se non poteva immaginare di integrare le due cose, lei mi ha detto che lavorando in un altro ambito, magari lo stesso lavoro, ma più stimolante, forse ci si trovava bene. Fare lo stesso lavoro non in nello stesso ambiente, ma magari in atri? Altri come? Magari in ambito artistico, o culturale…mi avevi detto che volevi lavorare in ambiti più creativi… Davvero, magari se lavoro in questo settore è anche più stimolante fare l’impiegata. E qui ha fatto un bel gran sorriso. In questo colloquio ho visto proprio “da fuori”, l’ho visto succedere, e l’ho gestito bene. Ne sono soddisfatto anche perché lei ha considerato da sola l’ipotesi di recuperare la propria esperienza, e di articolarla, di darle un senso diverso. Infatti penso sia molto difficile pensare in cominciare da capo a studiare e a fare tutto di nuovo ad una certa età o situazione di vita. Ma si tratta davvero di cominciare da capo? Questo diario mi sta molto a cuore. Scrivendolo mi sono reso conto di avere gli strumenti anche per il “debriefing” dei colloqui. Lo scambio di battute riproposto qui (ricordo che non c’era modo di registrare; questo dialogo è approssimativo) mi piace molto perché mi sembra significativo della potenza e utilità delle operazioni berniane. Inoltre, in questo colloquio, ho fatto fatica ad accettare che questa persona non voleva lavori di “responsabilità”. Ero tendente al critico, qualcosa mi urtava. Ma mi sono fermato, e mi sono ricordato dell’okness. Lei era OK, erano le sue importanze e il suo mondo di riferimento, e non volevo versare i miei contenuti nel colloquio. Accettare, non giudicando, ha permesso alla ragazza di continuare il suo pensare, di continuare nel suo sentiero. Se avessi interferito cercando di influenzare o criticare, probabilmente avrei inquinato quella preziosa mezzora di colloquio, e non sarebbe servito a nulla se no a darmi delle conferme, tornaconti copionali. Detto questo, diventa fondamentale il lavoro su di me, sullo Psicologo, che deve essere lo strumento accordato/conosciuto, da utilizzare al meglio nei colloqui – di orientamento, in questo caso.

20/01/2010 Oggi ho fatto solo un colloquio, con una donna peruviana. Eravamo tutti impegnati nella compilazione di un documento finale (che finiremo domani), e questa signora era l’ultimo colloquio che ci è stato assegnato. Da una parte, bello! Così non mi ammazzo di lavorare, tra tutti i miei impegni. Dall’altra, finire questo lavoro mi fa molta tristezza. Spero vivamente, di cuore, che ci sia un seguito. Mi farebbe un piacere che non so manco come descriverlo. Comunque sia questa signora, sui 40 anni al massimo, è arrivata con un po di ritardo. Peruviana, da 11 anni in Italia, ha svolto diverse attività qui. Sotto-impiego davvero: badante, baby-sitter, pulizie, operaia….sempre in questo giro di precarietà. Chiedendole cosa ha fatto in Peru, mi dice di essere diplomata la, e di aver lavorato come sarta. E mi apre un sorriso gigante!!! Ogni volta che parlo con gli stranieri della loro carriera precedente c’è qualcosa che cambia. Come se veramente entrassero nel colloquio. Come se ci fossero, come se fossero attivi, non credo di saperlo spiegare ora. Comunque era evidente il piacere che ha fatto a questa signora parlare di sé in Peru.

I colloqui con gli stranieri mi affascinano, e allo stesso tempo sono molto complicati. Mi identifico in tante parti, e ciò può essere molto positivo per l’alleanza iniziale, ma molto pericoloso per lo sviluppo dei colloqui e del lavoro. Diventa “facile” mischiare i miei contenuti con i contenuti dell’altro. Sono momenti in cui so di aver bisogno di tutta la mia professionalità per non fare in modo che tutto finisca in una “chiacchierata tra amici”. Non ci avevo mai pensato, e credo che questi colloqui mi siano molto serviti per mettermi all’erta di questa complessità. Se voglio lavorare con gli stranieri in maniera assidua, mi servirà molta formazione e supervisione. Ma oltre l’aspetto dei contenuti sorge una cosa che mi ha fatto pensare tantissimo, e che c’entra con il processo. Il modo come mi sono relazionato con le persone straniere, l’ascolto,l’empatia…erano assettati! Gente che non è altro che numero, che non è altro che non-qualcosa…non italiano, non comunitario, non votante, non importante, non gente. Mi sono visto ringraziare quasi con le lacrime negli occhi, da persone a cui ho dato ascolto. Da persone che ho considerato persone, che ho visto e sentito. E mi domando, come se non sapessi io, come si sentono il non cittadini, non popolo, non di qui. Gente trattata male, scomoda, buttata negli angoli della burocrazia e della dimenticanza. Gente che ha una storia, e che l’ha interrotta per venire in Italia. Sono persone che spesso hanno buttato tutto via, e sono qui a cercare di costruire tutto da capo, un’identità da capo, relazioni da capo. Tutto dall’inizio, altra lingua, cultura, atteggiamenti e lavori. Gente che dopo undici anni in Italia mi stringe la mano, si mettono quasi a piangere marito e moglie, e ringraziano di essere stati trattati con rispetto e gentilezza per la prima volta da quando abitano qui. Cosa sta succedendo?

 

CONCLUSIONE

Concludere questo scritto è particolarmente complesso. Sono due le principali difficoltà che trovo: la prima è che sono all’inizio della carriera, e trarne conclusioni già da ora mi sembra tendenzialmente affrettato. Sennò altro potrò parlare di un prima e dopo nei colloqui che ho svolto. La prima parte dei colloqui erano quelli in cui “facevo l’impiegato”, e seguivo il compito di elencare le offerte e informazioni disponibili. La seconda parte, da quando mi sono appropriato della mia formazione e professionalità, e ho “creato” il mio modo di svolgere i colloqui di orientamento usando come principio l’Analisi Transazionale. Dandomi permessi di aspettare e di non essere perfetto accoglievo la domanda di aiuto e orientamento, e a mia volta davo permessi alle persone.

La filosofia dell’Okness, l’approccio umanistico dell’AT, e le conoscenze sulle spinte e ingiunzioni mi sono stati particolarmente utili per gestire il mio lavoro e per poterlo fare in maniera efficace. Il permesso di ascoltare e accogliere, di non capire. Il permesso di lasciare che siano le persone a indicare il sentiero, che siano loro davvero ad orientarsi. Ciò ridimensiona il lavoro dello psicologo dell’orientamento, cambia i toni dei colloqui motivazionale, aggiunge emotività e sensibilità ai racconti (che diventano estremamente ricchi e stimolanti), e sopratutto prevede una preparazione professionale che va molto al di là dell’elenco di cose da dire, delle teorie dei vari autori, e delle formule standardizzate dai libri.

Credo di aver ricevuto più informazione e dato più informazione da quando mi sono dato il permesso di essere psicologo, di giocare con le mie conoscenze; da quando ho smesso di aver paura o di sentirmi non preparato. Le conoscenze degli stati dell’Io e delle transazioni sono state poi molto utili nei colloqui in cui sono riuscito ad applicarle. Spero di poter migliorare e fare sempre più pratica in questo senso: ho visto l’efficacia del linguaggio analitico transazionale nella pratica, e penso che i colloqui sarebbero più semplici e allo stesso tempo più ricchi quando avrò più confidenza con l’analisi delle transazioni in specifico. Il lavoro in sé sta finendo, dato che è un progetto nuovo ed esperimentale nella Provincia. Non saprei dire se ci saranno o meno dei follow-up per verificarne l’efficacia degli interventi, ma spero vivamente di sì. Facendo però un auto verifica del mio lavoro, credo che alcuni colloqui siano andati molto bene, e altri meno, ma la differenza stava soprattutto nei tempi delle persone. Se ci fosse possibilità di fare altri colloqui, di stare più tempo con ciascuno di loro, di programmare un intervento di orientamento mirato a ogni individuo, penso che i risultati sarebbero complessivamente più positivi. Cioè, alcune persone si fanno “agganciare” subito, altre se ne stanno a giocare, altre hanno altro per la testa, ovviamente ognuno porta nel colloquio di orientamento il proprio mondo. Fatto è che non ho avuto esperienze di chiusura o rifiuto totale da parte di nessuno, anche nei colloqui che credo non siano andati a buon fine, ma credo che ci sarebbe voluto, o che fosse almeno previsto, un percorso più articolato. Infatti alcuni mi hanno chiesto se era possibile un secondo appuntamento o un percorso; mentre ad altri gli avrei proposto io.

L’altra difficoltà in concludere questo scritto è che con esso concludo un percorso formativo MOLTO importante. Finire è sempre delicato. Finire in maniera adeguata facilita le cose. Questo lavoro mi ha permesso di finire in “bellezza” il master, sono contento del mio percorso e di come mi sento davanti ad un nuovo inizio! Ho molta strada in cui orientarmi, molto tempo e molto spazio. Perché la fine non è altro che un inizio, principalmente in una professione fatta di relazioni, di persone, di momenti unici. Parto, mi sento pronto. Ho una valigia diversa. Meglio così. Più adatta, più comoda, più morbida, più pratica.

Grazie del viaggio, magari più in là ne facciamo un altro pezzo di strada insieme. Obrigado!

 

RINGRAZIAMENTI

Voglio ringraziare di cuore tutta PerFormat, specialmente Emanuela Tangolo, Cristina Innocenti, Beatrice Roncato, Marilla Biasci, Vincenzo de Tommaso e Rossana Matteucci. Ringrazio tutta PerFormat per l’accoglienza e per avermi formato come individuo e professionista, per avermi accolto, insegnato, e permesso di sviluppare la mia strada. Ringrazio Emanuela per tutto; Cristina perché senza di lei non ce l’avrei mai fatta, in tanti momenti; Beatrice perché è stata il primo sorriso di PerFormat e un importante esempio di professionalità, così come Marilla; Vicenzo per il sostegno; Rossana per il percorso. Ah, mi dimenticavo di Katia, Irene…ma quante belle persone mi sono trovato per strada?! Insomma, grazie PerFormat! Ringrazio tutti gli insegnanti per la disponibilità e la professionalità. Ringrazio tutti i miei compagni di supervisione.

E infine ringrazio tutti i miei compagni di Master, storie che si intrecciano con la mia, e che diventano la nostra storia: Alberta, Alessia, Alessandro, Angela, Chiara, Elena Bruni, Elena Biagiotti, Franco, Gabriela, Ilia, Laris, Laura, Luciana, Paola, Renato, Romina, Valentina.

OBRIGADO!