Ragazza Graziani

Dicembre 2006

Un’esperienza di gruppo con degli adolescenti.

Introduzione

Sono un insegnante e ho scelto di fare l’educatrice in un centro diurno per minori. Svolgo le mansioni di responsabile di struttura e, per il mio lavoro, utilizzo due risorse: un educatore come risorsa interna, ed un coordinatore generale come risorsa esterna. Ho a disposizione due tirocinanti psicologi e, saltuariamente, alcuni volontari.

Il Centro diurno è frequentato da una decina di ragazzi di età compresa fra i 7 ed i 14 anni. I ragazzi arrivano al momento del pranzo e vanno a casa alle 20 dopo aver cenato. La frequenza non è quotidiana, ma legata ai rientri scolastici: c’è chi viene al Centro solo due giorni, e chi invece cinque giorni alla settimana. La maggior parte dei ragazzi è di sesso maschile, solo due sono le femmine, una di nove ed una di dodici anni. I ragazzi sono inviati al Centro dai servizi sociali perché provenienti da famiglie multiproblematiche; alcuni di loro hanno la certificazione scolastica.

La giornata al Centro segue una programmazione in parte quotidiana, in parte settimanale: ogni giorno infatti i ragazzi, dopo aver mangiato, svolgono i servizi in cucina o gestiscono liberamente il tempo (televisione, computer, ping pong, ecc) fino alle 15 circa. Poi compiti scolastici fino alle 14.30, merenda ed attività varie a cadenza settimanale: attività sportive, giochi di gruppo o da tavolo o all’aperto, musica, film e, via via, quello che risulta più idoneo ai bisogni individuali ( in questi casi l’attività può essere differenziata a piccoli gruppi o anche svolta individualmente).

I ragazzi hanno ben presente la gerarchizzazione dei ruoli all’interno del Centro che talvolta esasperano come ruoli di potere. Hanno comunque rapporti molto differenziati con i vari adulti e, comunque, spesso caratterizzati da atteggiamenti conflittuali e di provocazione. Fra loro hanno rapporti forti, ma le dinamiche prevalenti che caratterizzano il gruppo nel quotidiano sono il conflitto e la competizione che richiedono costantemente l’intervento degli adulti. I ragazzi stessi, spesso, richiedono il nostro intervento per sedare risse o risolvere contenziosi che, senza guida da parte degli adulti, sfocerebbero sempre e comunque in comportamenti violenti.

Il comportamento di questi ragazzi risulta fortemente caratterizzato dalla passività con conseguenti atteggiamenti di svalutazione. I comportamenti più spesso attuati sono quelli dell’astensione e della violenza che però, spesso, con l’aiuto e l’accompagnamento dell’adulto, possono trasformarsi in comportamenti attivi.

In queste situazioni la nostra metodologia educativa prevede da sempre “il fermarsi” a riflettere sulle situazioni e dirimerle con un approfondimento anche verbale della dinamica che si è venuta a creare e delle possibilità di risoluzione. Nella maggior parte dei casi mi trovo a gestire queste situazioni in maniera “volante”; quando però la situazione conflittuale emerge con particolare intensità, scelgo di far fermare i ragazzi invitandoli a sedersi intorno ad un tavolo e ad affrontare la questione in un gruppo che definirei informale.

Per questo motivo mi sento di affermare che gruppi informali sono stati realizzati da sempre al Centro con l’obiettivo primario di:

far prendere coscienza ai ragazzi di ciò che è avvenuto;

 soffermarsi singolarmente su quali sentimenti l’accaduto ha destato in ognuno;

 invitare i ragazzi a dare un nome a questi vissuti e a comunicarli;

 far loro prendere coscienza dei propri e degli altrui sentimenti;

 proporre di trovare una soluzione che tenga conto dei vissuti di ognuno.

 

L’atteggiamento che caratterizza il nostro sforzo educativo è quello di legittimare sempre i sentimenti che i ragazzi vivono, ma non gli agiti che conseguono a questi vissuti.

I ragazzi hanno ormai interiorizzato questa metodologia e sono loro stessi a venirla a richiedere sia collettivamente che individualmente.

In questa situazione, da gennaio il coordinatore ed io abbiamo ritenuto che la situazione fosse matura per iniziare un’attività strutturata di gruppi tematici con argomenti scelti precedentemente dai ragazzi e di colloqui individuali.

 

Il senso del lavoro

La programmazione iniziale, fatta con il coordinatore, prevedeva che fosse lui a condurre i gruppi, ma tale programmazione è saltata ed io mi sono trovata, fin dalla seconda volta, a non essere più osservatrice, bensì conduttrice dei gruppi stessi. La cosa, all’inizio, mi ha riempito di paura, ma contemporaneamente mi ha stimolato in quanto ho sentito questa metodologia molto vicina al mio modo di essere.

Riflettere sul lavoro di gruppo con i ragazzi mi ha portato a riflettere sulla mia esperienza di gruppo e l’analisi delle emozioni e del copione che nei vari gruppi mi trovo a mettere in atto mi ha aiutato a sentirmi più vicina ai ragazzi nelle loro difficoltà ad esprimersi, a facilitarli in questo e a sentire (e a dover successivamente analizzare) il controtransfert che certi loro atteggiamenti stimolavano in me.

 

Cenni di teoria sulle dinamiche dell’età evolutiva in A.T.: le fasi dello sviluppo adolescenziale

Vediamo quindi alcune caratteristiche principali secondo l’AT di questa fase di sviluppo e quali i compiti dei genitori nei confronti dei figli di quest’età. Faccio riferimento ad un’età che è a cavallo fra il quinto stadio, che va dai 6 ai 12 anni, ed il sesto, che va dai 13 ai 19 anni, sapendo che questi ragazzi, per molti aspetti, risultano ancora legati ad aspetti specifici di fasi di sviluppo precedenti.

Nello stadio denominato dell’attività creativa, della costruzione e della competenza , il quinto, i ragazzi hanno il desiderio di crescere e di apprendere. E’ la fase in cui si confrontano con i coetanei mostrando attenzione sia all’aspetto fisico che alle relazioni sociali. In quest’età piena di cambiamenti, i bambini hanno bisogno di esplorare assumendosi le responsabilità e ricevendo meno controllo da parte dei loro genitori pur mantenendo un fondamentale bisogno di sostegno. L’ambivalenza è, spesso, una caratteristica perché, da un lato i ragazzi desiderano fare nuove esperienze, dall’altro hanno timore di buttarsi in questa nuova avventura.

Necessitano di avere regole chiare e valori certi di riferimento per potervisi confrontare riadattandoli alle situazioni nuove che si trovano a vivere. A questo proposito, èimportante che i genitori spieghino le regole e le negozino costantemente con i figli facendo loro sentire l’importanza che viene data anche ai loro punti di vista.

È la fase dei patti o dei contratti che, mettendo in atto una reale negoziazione, siano espliciti anche sulle conseguenze a cui il bambino andrà incontro se non li rispetterà. In questo periodo lo scopo delle loro discussioni è quello di esaminare tutte le credenze, i valori, le regole. Nel momento in cui i genitori discutono con i figli, è importante che li rinforzino sui pensieri logici e creativi, che li incoraggino a esprimere le loro opinioni e a spiegare le loro argomentazioni, e che facciano loro sapere che discutere è utile. Al tempo stesso, è necessario far notare al proprio figlio se ci sono mancanze e deviazioni nelle sue argomentazioni.

Un bisogno fondamentale del bambino è quello di crearsi una struttura interna, il Genitore, che sia in grado di far proprio un buon numero di regole che gli permetteranno di rispondere tempestivamente ai problemi che si troverà ad affrontare Un’altra forte caratteristica è la competizione che spesso interferisce con la autostima dei ragazzi di quest’età. La competizione può essere sana quando, al termine di una situazione conflittuale, i contendenti mantengono il loro sentirsi adeguati come persone. Una competizione negativa porta, invece, ad una lotta per il potere ed al fatto che il vincitore deciderà i bisogni che verranno soddisfatti e la gerarchia fra le persone.

E’ quindi di fondamentale importanza che i genitori insegnino al figlio ad adoperare una struttura cooperativa. Se i ragazzi non hanno sperimentato un’adeguata genitorializzazione possono avere dei problemi che includono una “disconferma della persona , la competizione, l’ingerenza negativa nell’apprendimento di abilità. *…+ I bambini che crescono in famiglie disfunzionali possono manifestare alternanza tra il cercare di seguire regole rigide e impossibili e il non avere affatto regole da seguire.*…+ I bambini che crescono in famiglie disfunzionali hanno poca possibilità di imparare a pensare le ragioni delle regole e, quindi, di apprendere come negoziare con gli altri per trovare modi alternativi per fare le cose.*…+ Così molti bambini evitano di sperimentare novità proprio perché hanno paura che gli altri potrebbero accorgersi della loro inadeguatezza se non sono capaci di fare in modo perfetto quella determinata cosa la prima volta che si cimentano. Questi bambini non hanno avuto l’opportunità di ‹apprendere come si apprende›.

Nello stadio successivo, detto dell’adolescenza e della separazione (13-19 anni) Keepers e Babcock (1996) ritengono che si sperimenti la sottoscrizione e la ridefinizione, da parte dell’adolescente, del proprio copione. La revisione del copione implica la capacità di:

 Usare il Genitore per sé e per gli altri

 Essere consapevoli dei cambiamenti del proprio corpo e delle proprie capacità fisiche

 Risperimentare le fasi evolutive precedenti

 Cominciare a sviluppare una sessualità matura, usando tutti e tre gli Stati dell’Io

 Assumersi le proprie responsabilità

 Smettere di biasimare gli altri e se stessi per gli errori che si fanno

 Esaminare i valori dissimili da quelli della propria famiglia e della cultura cui si fa riferimento

 Emanciparsi dai genitori

È una fase in cui i ragazzi appaiono molto turbolenti e questi comportamenti non rappresentano di per sé dei disturbi emozionali come se apparissero in altri stadi del loro sviluppo evolutivo. La fase della risperimentazione fa tesoro delle abilità apprese nelle fasi precedenti, ma rienergizza le esigenze psicologiche di ogni fase permettendo un nuovo apprendimento allo scopo di risolvere i problemi rimasti insoluti.

Qui i genitori si adoperano in un compito difficile in quanto i ragazzi spesso hanno con loro atteggiamenti conflittuali e contraddittori che richiedono un preciso controllo della situazione da parte degli adulti con, però, l’attenzione a contenerlo soltanto nei casi in cui risulti necessario e aiutando invece i ragazzi a confrontarsi con i loro comportamenti irresponsabili permettendo loro di sperimentare le conseguenze del loro operato. In questo periodo anche il rapporto con le regole diviene ambivalenteperché il ragazzo pretende dagli altri una rigida osservanza di queste pur non rispettandole sempre lui stesso.

Gli adulti possono aiutare il ragazzo ad assumersi le proprie responsabilità facendogli sperimentare anche le conseguenze dei propri comportamenti e non operando quindi un’azione aprioristicamente protettiva che inibirebbe la capacità di affrontare la realtà e non farebbe chiarezza su che cosa gli adulti si aspettino da loro.

Questa richiesta di indipendenza spesso si inserisce nella ostinazione e ribellione che caratterizza il comportamento dei ragazzi e necessita degli stessi permessi relativi alla fase di ribellione dei bambini di due anni. Pertanto è importante che gli adulti inviino ai ragazzi messaggi che comunichino la gioia per la sua crescita; che diano ilpermesso di esprimere le proprie emozioni, anche quelle negative, di cui comunicano di non aver paura; invitino alla possibilità di pensare autonomamente separandosi da loro; infondano fiducia nelle proprie intuizioni; permettano di pensare al proprio benessere senza prendersi troppo cura degli altri.

Naturalmente l’aspetto relativo allo sviluppo sessuale occupa un posto importante nella storia degli adolescenti; sperimentazioni sul proprio corpo da soli o in gruppo fanno parte di esperienze molto comuni specialmente fra i maschi. La curiosità che denotano su molti aspetti della vita sessuale, la maggior parte delle volte, non sfocia in domande dirette ai genitori che sentirebbero minacciose della propria intimità, ma, talvolta, in affermazioni estreme che mirano a scandalizzare i genitori stessi. I genitori hanno il compito comunicare ai ragazzi che cosa è positivo e che cosa è negativo riguardo al sesso e trasmettere la naturalezza della fase esplorativa che il ragazzo sta passando.

Fa parte di questa fase di crescita una domanda di senso e un innamoramento dei grandi ideali per i quali i ragazzi si dichiarano pronti al sacrificio. Contemporaneamente gli adolescenti modificano la struttura del proprio Genitore discernendo in modo chiaro e netto la realtà che li circonda.

“L’adolescenza è caratterizzata da quel processo di separazione che inizia a due anni con i primi : ‘No, non voglio’; prosegue dei tre ai sei, con l’ulteriore differenziazione del bambino, che comincia a mettersi in relazione agli altri; continua dai sei ai dodici con l’introiezione di regole personali: a tredici con la fragorosa dichiarazione della propria indipendenza e a quattordici riprende con i ‘No non voglio’.

Nella fase adolescenziale l’intensità di queste affermazioni/atteggiamenti può essere inversamente proporzionale al successo della separazione sperimentata negli stadi precedenti. I genitori possono accompagnare positivamente i ragazzi in questo cammino dando loro numeroso carezze sia fisiche che verbali; ascoltandoli, rispondendo alle loro domande e spiegando le proprie risposte; aiutandoli ad organizzare il loro tempo; favorendo l’identificazione sessuale lasciandosi vedere con il proprio partner nei diversi momenti del rapporto di coppia compreso quello di scambio di tenerezze; scambiando con loro opinioni riguardo ai fatti importanti della vita come il matrimonio, la famiglia ecc.

Gli adolescenti, che necessitano di molte carezze, ma che le richiedono in maniera ambivalente, hanno bisogno di riceverle dai genitori, da se stessi e da altre figure autorevoli.

Gli adolescenti che vivono in famiglie disfunzionali gestiranno la fase della separazione con comportamenti che possono o essere tali da farsi cacciare di casa, oppure che li invischino definitivamente nel sistema familiare, facendoli sentire responsabili dell’andamento del sistema familiare stesso.

Ciò ha il rischio di far sì che ricerchino disperatamente relazioni o cose che riempiano il loro vuoto come relazioni di dipendenza, uso di alcool e stupefacenti. La ridefinizione diviene una forma di difesa e una resistenza al cambiamento che fa paura e l’aiuto che può essere dato a questi ragazzi è l’insistere affinché rispondano in maniera diretta (qui e ora) scalfendo i loro preconcetti.

 

Gli adolescenti e il gruppo

Sappiamo che il gruppo dei pari risulta essere un’esperienza fondamentale nella crescita dei preadolescenti e che si configura come un’esperienza transizionale fra il familiare ed il sociale. I preadolescenti lo usano come contenitore che offre loro un’identità provvisoria. “Se il preadolescente viene da una famiglia sregolata, disorganizzata, emarginata, può non essere fornito di modelli di riferimento validi per poter evolvere. Se al preadolescente non sono stati forniti i presupposti per compiere l’atto solenne di iscriversi nel mondo sociale, adesso, per qualsiasi adulto diviene davvero difficile portare rimedio a tali mancanze. Può solo confidare che il gruppo dei pari aiuti questi ragazzi e, a partire da questa speranza, offrire ai preadolescenti luoghi ed occasioni perché si incontrino fra loro”.

Ma come l’adulto si approccia a questo gruppo di preadolescenti per fornire occasioni di crescita per ognuno? Berto e Scalari ci dicono che “raccontare stati emotivi e dare spazio a trame di vita avvincenti rappresentano, dunque, gli strumenti educativi più efficaci per calmare l’inquietudine dei ragazzi . Evocare affetti e mettere in scena vicende avventurose dona ai preadolescenti un fecondo mondo interiore e un avvincente supporto culturale che li aiuta a raggiungere le loro mete evolutive” “L’educatore realizza questo suo compito quando si adopera ad ascoltare il clima emotivo del gruppo e a individuare giochi e saperi che lo traducono in forme culturali …L’educatore, allora, dev’essere un traduttore che capta invisibili emozioni e le traduce in storie avvincenti. E’ questa capacità di narrare gli stati d’animo che deve essere fornita ai ragazzi, affinché anche loro imparino ad usarla per uscire dal magmatico caos emotivo in cui si trovano immersi”.

 

I nostri gruppi

Insieme con il coordinatore decidiamo quindi di iniziare l’attività dei gruppi strutturati con cadenza bisettimanale. Nella settimana in cui non si faranno i gruppi si terranno i colloqui individuali. Decidiamo che ai gruppi partecipino soltanto i ragazzi più grandi. I gruppi saranno gestiti dal coordinatore che ne ha già notevole esperienza. I colloqui individuali saranno gestiti sia da me che dall’educatore e avranno lo stesso referente adulto per due/tre mesi. Decidiamo insieme quali ragazzi si rapporteranno a me e quali all’educatore.

 

Il primo incontro del gruppo al Centro

Per il primo incontro abbiamo preparato l’ambiente in una stanza che decidiamo rimarrà sempre la stessa: abbiamo messo le sedie in circolo cercando di distanziarle dagli “armadini” dei ragazzi che potrebbero servire come elementi di disturbo.

Al gruppo parteciperanno due ragazzi e una ragazza e saranno presenti il coordinatore che guiderà l’incontro, la responsabile ed una tirocinante. Il coordinatore presenta ai ragazzi il senso del gruppo, spiega il set ed il setting e dice ai ragazzi che questa sarà una nuova attività che svolgeremo regolarmente Successivamente spiega ai ragazzi a che cosa serve il gruppo ed elenca i permessi e i divieti che lo caratterizzeranno e precisamente:

 Il gruppo si configura come uno spazio protetto nel quale i ragazzi posso liberamente parlare delle loro esperienze, dei loro sentimenti delle loro difficoltà rispetto a dei temi che loro stessi proporranno.

 Nel gruppo ognuno ha la possibilità di sentirsi libero senza timore di ricevere un giudizio.

 Tutto ciò che viene detto all’interno del gruppo non può essere riportato all’esterno

(confine esterno)

 Gli argomenti verranno affrontati con serietà senza atteggiamenti di presa in giro o ridicolizzazione dell’altro e dell’argomento che sostiene. Se qualcuno non segue questo atteggiamento e farà lo sciocco non parteciperà al gruppo.

 Durante le discussioni si interviene uno per volta e si ascolta ciò che l’altro dice.

 Durante gli incontri non ci si alza e non si esce dalla stanza perché questo si configura come una mancanza di rispetto nei confronti di chi sta parlando. Gli argomenti verranno scelti dai ragazzi stessi che li scriveranno su dei bigliettini ed ogni volta verrà tirato a sorte l’argomento per l’incontro successivo. I ragazzi seguono con molto interesse tutto l’incontro e scrivono anche più di un bigliettino con l’argomento. Viene estratto a sorte per primo l’argomento: Cerco una ragazza.

Il coordinatore poi nell’incontro successivo non sarà presente e mi passerà il testimone del conduttore. Mi accingo quindi ad iniziare la mia esperienza avendo presenti i punti su cui decido di puntare come risorse: la mia capacità empatica, il mio buon rapporto con i ragazzi basato su una grande fiducia da loro nutrita nei miei confronti, l’essere riconosciuta da loro come leader a cui far riferimento sia in situazioni di bisogno, sia in situazioni conflittuali, sia come persona a cui raccontare i propri problem, la mia capacità d’ascolto nei loro confronti, il fatto che questa esperienza, pur nell’ansia della prima volta, mi piace e mi appassiona perché ci metto dentro tutto il vissuto dei gruppi nei quali sono cresciuta lungo tutto l’arco della mia vita, esperienze che mi hanno insegnato quanto un gruppo di persone possa essere fonte di gioia ma anche di dolore.

Mi prefiggo l’obiettivo di partenza di creare una situazione in cui i ragazzi si sentano accolti e di riuscire a farli esprimere con libertà, ma anche con sincerità. A questo corrisponde un sotto obiettivo che si configura anche come un prerequisito che è io vi ascolto e voglio che voi vi ascoltiate.

Inizio così la mia avventura con il gruppo dal tema: “Cerco una ragazza” che poi si trasforma in una riflessione su un fatto avvenuto un fatto particolarmente importante e di cui è stato fondamentale poter parlare. Analizzando sia le dinamica del gruppo che le dinamiche e i giochi che quotidianamente i ragazzi più grandi giocano all’interno del Centro, penso che questo gruppo si possa collocare fra il II (storming) ed il III stadio (norming) in quanto le aspettative dei membri hanno a che fare con il principio di realtà, il gruppo appare coeso, le persone sono individuate e collocate nei loro ruoli ed i giochi vengono messi in atto nelle loro dinamiche.

Inizialmente sono state ricordate le funzioni e le modalità e regole del gruppo per coloro che non erano presenti la volta precedente. Il fatto raccontato riguardava una situazione in cui alcuni ragazzi e una ragazza avevano iniziato un gioco di baci. E’ stato evidente in questa narrazione l’imbarazzo e la difficoltà provata dalla ragazza in questa situazione, situazione iniziata con il suo consenso. Il gruppo partecipa con domande che sollevano questioni importanti ed in parte che rispondono alla curiosità dei contatti fisici con le ragazze. Si invitano i ragazzi a riflettere sul perché il loro comportamento non sia stato corretto, su ciò che hanno singolarmente provato e si cerca di far loro notare che cosa hanno provato gli altri. In particolare: a chi aveva messo in atto il gioco, viene fatto notare che non sempre quello che fa piacere a noi provoca piacere anche negli altri e se si vede che l’altro ne soffre non si può continuare.

Alla ragazza si chiede se si è trovata altre volte in situazioni simili e se i suoi sentimenti siano stati gli stessi. Poiché risponde affermativamente, le viene fatto notare che spesso lei accetta delle situazioni non perché le vuole, ma per compiacere gli altri. Le viene fatto notare anche se è consenziente verso una situazione che poi la fa soffrire, deve imparare ad interromperla e ad esprimere i propri sentimenti e la propria volontà e analogamente, viene fatto notare che le situazioni che ci fanno star male non vanno subite, ma il proprio star male va dichiarato.

I ragazzi hanno seguito con concentrazione tutto l’incontro senza distrazioni. Come leader del gruppo sono contenta di come sono riuscita a comportarmi in quanto ho accettato i conflitti senza giudicarli e ho invitato i ragazzi a farne argomento di discussione; questo riuscendo a trasmettere per l’intera durata del gruppo il messaggio “tu sei ok” che ha permesso ai ragazzi di non sentirsi giudicati e di raccontare anche passaggi di un episodio che non si può certo definire ok. Altra fonte di soddisfazione è dovuta al fatto che tutti i ragazzi coinvolti nel gioco sono riusciti ad esprimere sia le loro opinioni che le loro emozioni in merito all’accaduto e che questo clima emotivamente molto forte non mi ha né sommersa né invischiata. Il mio atteggiamento di base, anche per il ruolo che svolgo al Centro è sicuramente quello che parte dal Genitore affettivo che contiene e facilita nei ragazzi il raccontarsi liberamente. Le mie domande dirette sono spesso volte ad energizzare l’adulto dei ragazzi in modo che, tenendo conto sia delle proprie emozioni che della realtà circostante, possano dare risposta a loro stessi prima che a me sui loro agiti. Il mio Bambino ha comunque cercato sempre di entrare in comunicazione con quelle dei ragazzi per stabilire quel rapporto empatico che permettesse di sentire un’alleanza forte fra noi.. Il mio intervento, quindi, è stato quello di avere una percezione con il mio Io Bambino, delle informazioni extraverbali provenienti dall’Altro al fine di rispondere in modo efficace (con l’Adulto) alla sua richiesta d’aiuto. Per fare ciò è stato necessario entrare in contatto con le mie emozioni ed attivare il mio Adulto per elaborare risposte mirate a facilitare l’autoesplorazione dell’altro e ciò sia tramite comportamenti verbali che non verbali

 

Un bilancio conclusivo dell’esperienza

Al termine dell’anno, quando di incontri mi sono trovata a gestirne molti, credo di essere in grado di fare a ritroso un bilancio dell’esperienza per cogliere che cosa ha funzionato e che cosa va migliorato. Innanzi tutto, devo dire che sono contenta di come l’esperienza si è svolta e di come sono riuscita a muovermi in un terreno per me così nuovo e questo mi ha rafforzato nella voglia di andare avanti e di migliorare sempre il mio operato.

Ho avuto conferma dei miei punti di forza in quanto sia io che i ragazzi abbiamo mostrato di sentirci a proprio agio e di gradire questa esperienza nuova anche per tutti. Credo che un grosso punto di forza sia stato quello che questi ragazzi si sono sentiti ascoltati e questa è un’esperienza per loro non scontata (in un incontro di gruppo a tema : “Rapporto con gli educatori” è emerso da un partecipante che la differenza fondamentale fra gli educatori e i genitori è il fatto che, se chiede qualcosa ad un educatore, prima o poi riceve una risposta; se la chiede al genitore, non la riceve mai)

Il riconoscere il gruppo come soggetto nella relazione ha mutato il mio atteggiamento ed anche le mie transazioni. Dapprima, infatti, mi muovevo soltanto con l’obiettivo di un dialogo fra me ed il singolo, poi ho lasciato che i membri relazionassero fra loro anche liberamente ed ho osservato queste transazioni facendone oggetto di osservazione e di intervento.

Credo quindi che sia opportuno aggiungere all’obiettivo: io vi ascolto, voi vi ascoltate quello di: io vi osservo, voi vi osservate. Ritengo in qualche modo di averlo già implicitamente praticato quando nelle transazioni che avvenivano fra i ragazzi ho chiesto loro di osservare come l’altro stesse reagendo a ciò che gli veniva detto sia come reazione verbale che come reazione corporea (per esempio relativamente all’espressione del volto).

Per poter meglio riprendere e rivalutare tutti questi elementi penso, che sia opportuno:

 Costruire un semplice strumento di osservazione condiviso fra chi guida il gruppo e chi verbalizza gli incontri. Lo strumento dovrebbe prevedere che cosa e come riportare circa l’aspetto verbale; che cosa osservare e riportare sull’aspetto non verbale.

 Dividere i compiti fra gli adulti che partecipano al gruppo: io conduco e l’educatore ed il tirocinante si dividono il compito di registrare il verbale ed il non verbale.

 Ritengo opportuno che la conduzione del gruppo non sia frutto del caso: oggi lo guido io, domani te perché non ci sono, ma debba necessariamente seguire un’intenzionalità condivisa e che segue una logica precisa ed una continuità.

 Gli adulti che partecipano ai gruppi non dovranno mai essere superiori come numero ai ragazzi perché questo ne altera la dinamica e fa sentire i ragazzi in una posizione di inferiorità.

 Occorre prevedere forme di supervisione e di confronto fra gli educatori su quanto emerge dagli incontri di gruppo.

L’esperienza è stata comunque positiva sia per i ragazzi che per me.

Per i ragazzi:

 hanno partecipato sempre con entusiasmo e questo non era scontato dal momento che non avevano fatto nessuna scelta iniziale di partecipazione e l’attività è stata proposta come “obbligatoria”.

 Hanno mostrato sempre maggior scioltezza nell’esprimersi raccontandosi e verbalizzando emozioni insieme al racconto dei fatti.

 Hanno sempre gestito il conflitto senza esorcizzarlo, ma giocandoselo senza superare limiti.

 Richiedono che l’esperienza abbia di nuovo inizio e manifestano la voglia di mettersi in gioco. In termini generale mi sento di dire che l’aspetto più positivo dell’esperienza è che ha provocato un cambiamento sia in me che nei ragazzi ed ha stimolato in tutti la voglia di continuarla. Ho trovato un momento di difficoltà durante un incontro in cui il tema era : “rapporti in famiglia” sempre scelto dai ragazzi. Ho iniziato l’incontro proponendo di raccontare un episodio in cui era stati bene con la madre. E’ successo il finimondo: i ragazzi hanno cominciato a rumoreggiare, ad agitarsi ed, in molti casi, ad affermare che non riuscivano a ricordarne uno. L’incontro è terminato con molta fatica ma la volta successiva, ho ripreso dalla precedente dicendo che il gruppo non era andato bene; ho detto che a volte succede e che forse era meglio cambiare argomento perché non eravamo pronti ad affrontarlo ed i ragazzi hanno con tranquillità accettato la proposta.

Credo quindi che prendersi cura di loro sia un attivare il mio Genitore nei loro confronti, senza tralasciare anche il trasmettere loro tutto il mio vissuto di bambino che non potrà essere lasciato completamente libero, ma che aiuterà nella nostra comunicazione empatica. La cura per me non rappresenta la costruzione di un rapporto simbiotico, ma l’assunzione di una responsabilità educativa che permette esperienze riparatrici che aiuteranno in seguito nella conquista di una reale autonomia. Credo che, perché questo possa avvenire, sia obbligatorio passare da un’esperienza in cui si sente anche la gioia di potersi affidare a qualcuno che ci guida, che ci protegge, che tiene a noi.

Questi ragazzi non hanno avuto questa esperienza nell’età giusta; non hanno avuto esperienze di attaccamento sicuro che permettano loro adesso di camminare con le loro gambe; non hanno incontrato adulti che abbiamo loro trasmesso quanto sono importanti. Non credo di avere il delirio di onnipotenza cercando di riparare in parte a tutto questo perché sono cosciente che i loro genitori reali sono quelli che sono e nessuno può o deve sostituirli. Credo però che, in questa fase della vita, in cui forte valenza possono avere figure genitoriali diverse da quelle familiari, il porsi accanto loro trasmettendo l’interesse per le loro persone e tracciando insieme a loro una strada da percorrere con confini precisi fatti di norme e permessi netti ed espliciti, possa influire in qualche modo nel futuro di questi ragazzi.

 

Bibliografia

Berne, E. (1964) Games People Play, New York: Grove Press

[trad. It. A che gioco giochiamo, Milano, Fabbri, Bompiani, Sonzogno, Etas, 1968] Berne, E.(1966) Principles of group treatment, New York: Grove Press [tr.it. Principi di terapia di gruppo, Roma Astrolabio, 1986]

Berto,F. Scalari P “Preadolescenti vagabondi in cerca d’identità” in Animazione Sociale n°190 febbraio 2005 Bion, W.R. (1971) Experiences in Groups and other Papers Tavistock Publications, Ldt [tr.it. Esperienze nei gruppi, Roma Armando, 1971]

English, F. (1976) Analys transactionalle et emotions Parigi: Desclee de BrouWer *tr.it. “Essere terapeuta”,Milano La Vita Felice,1998 Mastromarino,R (1995) Prendersi cura di sé per prendersi cura dei figli, Editrice elle di ci Miglionico,A (2000) Manuale di Comunicazione e Counselling, Torino, Centro Scientifico Editore Milani, L (1970) “Lettere di Don Lorenzo Milani priore di Barbiana, Mondadori Editore

Stewart, I. Joines, V (1987) “TA today” *tr. it. “ L’analisi transazionale “, Garzanti, 1990+. Trentini, G (1990) “Il cerchio magico”, Franco Angeli